​Il sociale non ha colore politico: la mia riflessione

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​Il sociale non ha colore politico: la mia riflessione


22 Maggio 2026. 

​Quando ho iniziato a occuparmi attivamente di sociale, molti anni fa, ero mossa da una convinzione profonda e forse ingenua: che davanti alla fragilità umana ci si dovesse semplicemente rimboccare le maniche, uniti dallo stesso obiettivo. Pensavo che il dolore, il disagio e la richiesta d'aiuto fossero un terreno neutro, una zona franca in cui le bandiere politiche e le ideologie non avessero diritto di cittadinanza.

​Purtroppo, la realtà mi ha messo subito davanti a una verità amara e sconvolgente. Ho percepito fin dall'inizio un meccanismo sottile ma rigidissimo: il giudizio sul tuo valore non dipende da quanto fai o da come aiuti le persone, ma dal quadro politico a cui vieni associata. C'è una pretesa assurda di monopolio morale per cui "sei brava" solo se appartieni a una determinata fazione, mentre vieni guardata con diffidenza, isolata o delegittimata se non ti allinei a quella specifica narrazione.

​Questo strabismo ideologico è un insulto alla dignità del lavoro sul campo.

​La sofferenza non ha tessera di partito. Una donna che chiede aiuto, che cerca la forza di uscire da una situazione di vulnerabilità o che lotta per la propria indipendenza psicologica ed economica, non ha bisogno di slogan teorici o di salotti intellettuali. Ha bisogno di risposte concrete, di ascolto e di percorsi reali di autonomia.

​Quando la militanza politica entra nel sociale, finisce per fare selezione: decide chi proteggere, quali battaglie cavalcare e quali silenzi mantenere a seconda della convenienza del momento. Ma un diritto che dipende dall'identità del colpevole o dall'utilità politica della vicenda non è più un diritto: è solo propaganda.

​Il femminismo storico ha ottenuto traguardi immensi perché era universale, concreto e univa le donne sui bisogni reali. Oggi, quel senso di solidarietà è spesso sostituito dalla "scomunica sociale" verso chi osa sollevare un dubbio o rivendicare la propria autonomia di pensiero.

​Io credo che la vera forza di chi lavora nel sociale risieda proprio nella capacità di restare liberi da queste logiche di parte. Il mio impegno non si misura dall'appartenenza a uno schieramento, ma dai risultati sul territorio, dai progetti che crescono e dalle persone che trovano la forza di ripartire. La fragilità è la parte più sacra dell'umanità: strumentalizzarla per fini politici significa svuotarla di ogni valore. I diritti devono valere sempre, e l'empatia deve restare un dovere umano, mai un calcolo elettorale.


          Anna Silvia Angelini 

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